venerdì 30 novembre 2012

Mutui Connect la piattaforma telematica gratuita che semplifica la portabilità del mutuo

Mutui Connect è, in ordine cronologico, l'ultima di tutta una serie di iniziative volte a migliorare e semplificare i rapporti tra banche e clienti. Questo innovativo sistema informatico è frutto dell'accordo siglato tra Abi e Consiglio Nazionale del Notariato nel corso della terza edizione di "Credito al Credito 2012", svoltasi a Roma, presso Palazzo Altieri dal 27 al 29 novembre. Mutui Connect è una procedura, totalmente gratuita, che ha lo scopo di consentire il perfezionamento delle operazioni di portabilità dei mutui in modalità telematica con il collegamento tra banche, intermediari finanziari e notai, nel più breve tempo possibile. I soggetti interessati potranno collegarsi al proprio sistema di riferimento (piattaforma ABI/ConsorzioCBI per le banche (e intermediari) e piattaforma RUN/Notartel per i Notai) scambiandosi flussi informativi e documenti secondo un protocollo condiviso, in piena sicurezza e con validità giuridica. Mutui Connect si applica solo dopo che il cliente ha confrontato e verificato le proposte delle banche, e solo dopo che la banca subentrante abbia stimato la fattibilità dell'operazione di erogazione o di portabilità del mutuo. Su Mutui Connect il Consiglio nazionale del notariato e l' Associazione Bancaria Italiana hanno concordato l'istituzione, in breve tempo, di un Organo collegiale finalizzato, tra l'altro, a monitorare il buon andamento dell'iniziativa. Questa iniziativa, di fatto, pone fine ai viaggi dal notaio e nelle filiali della vecchia e della nuova banca, dando, una volta tanto, una mano concreta ai cittadini, sburocratizzando e snellendo procedure elefantiache. Con la vecchia prassi, tutt'ora in uso ma che ha i giorni contati, per portare a termine tutta la procedura inerente la portabilità del mutuo, ci volevano diverse settimane, con questo nuovo strumento, invece, ci si dovrebbe sbrigare in circa 10 giorni lavorativi e senza spostarsi da casa.

giovedì 29 novembre 2012

Quali sono le caratteristiche del risparmio postale?

Il risparmio postale è caratterizzato da due famiglie di prodotti atte a soddisfare una clientela votata all'accumulo di "ricchezza" senza correre alcun rischio. In tale contesto vanno a collocarsi i libretti di risparmio postale e i buoni fruttiferi postali. Ognuno di essi ha delle caratteristiche particolari che, per svariati motivi, ormai da decenni, affascina milioni di risparmiatori. Con questo post vogliamo porre l'accento su questi prodotti ed analizzarne le caratteristiche principali, in maniera semplice e sintetica, senza allungarci in inutili tecnicismi. 

Partiamo dai libretti di risparmio postale. Non tutti sanno che questi libretti sono quote di debito la cui emissione è di competenza esclusiva della Cassa depositi e prestiti (società pubblica che gestisce il risparmio postale). I libretti postali sono garantiti dallo Stato Italiano e possono essere nominativi o al portatore. Il libretto nominativo ordinario può essere intestato al massimo a quattro persone, o al minore come unico intestatario (in tal caso è prevista l'applicazione di un tasso di favore pari al 3,20% annuo lordo, che corrisponde al 2,56% netto). Con la Carta Libretto Postale,associabile al libretto di risparmio nominativo ordinario, è possibile versare e prelevare presso tutti gli uffici postali. Sui libretti al portatore la giacenza massima, stabilita dalla legge, è pari a 1.000 euro e non sono, quindi, strumenti di investimento (il tasso d'interesse riconosciuto in questo caso ammonta allo 0,35% annuo lordo, ovvero lo 0,28% netto). Non sono previste spese e commissioni per l'apertura, la gestione, la chiusura e per tutte le operazioni di versamento e prelievo. I libretti postali maturano interessi sui quali viene applicata una ritenuta del 20%. I rendiconti dei libretti di risparmio postale sono, poi, assoggettati con periodicità annuale ad un'imposta di bollo fissa pari a 34,20 euro se il cliente è persona fisica e la giacenza media annua è complessivamente superiore a 5.000 euro. Attualmente un libretto nominativo ordinario offre un tasso annuo lordo pari all'1,10% (0,88% netto), il che vuol dire che su una giacenza media di 5.000 euro maturerà interessi netti pari a 44 euro l'anno a cui bisognerà sottrarre l'imposta di bollo di 34,20 euro, per un totale di 9,80 euro. Quando la titolarità dei libretti di risparmio è relativa a persone giuridiche, l'imposta di bollo, applicata sempre annualmente, è pari a 100 euro senza alcuna soglia di giacenza media. Esistono, poi, dei libretti che assolvono una funzione di natura cautelare. Sono i cosiddetti libretti nominativi giudiziari. Questi libretti sono fruttiferi e prevedono la maturazione di interessi pari al 2,70% annuo lordo, ovvero il 2,16% netto. Tali libretti hanno la sola funzione di accogliere somme di denaro derivanti da procedimenti giudiziari (pignoramenti,  sequestri, ecc.) su richiesta dell'autorità giudiziaria.

Ma veniamo ai Buoni Fruttiferi Postali. Si tratta di titoli emessi sempre dalla Cassa depositi e prestiti, garantiti dallo Stato Italiano, che possono essere sottoscritti e rimborsati senza alcuna commissione o spesa. La Cassa depositi e prestiti si impegna alla restituzione del capitale investito maggiorato degli interessi maturati che sono soggetti al regime dell'imposta del 12,50%. In base all’art. 6 del decreto legislativo 239/1996, ai soggetti non residenti in Italia, ricorrendo le condizioni di legge, non si applica il prelievo fiscale. I buoni sono anche esenti da imposta di successione. Attualmente Poste Italiane sta promuovendo i nuovi Buoni Fruttiferi Postali "BFP3x4", un investimento di medio/lungo periodo a tasso crescente che ha una durata massima di dodici anni e prevede la corresponsione degli interessi ogni 3 anni. Dopo la prima scadenza si avrà diritto al 3% lordo, dopo la seconda al 3,50%, dopo la terza al 4% e in fine al 5% dopo 12 anni. Questo è solo un esempio, poiché esistono moltissimi tipi di buoni fruttiferi postali e ognuno con caratteristiche diverse. Ci sono quelli dedicati ai minori, sottoscrivibili fino al compimento del 16° anno, quelli indicizzati all'inflazione che dovrebbero garantire un recupero della perdita del potere di acquisto e tanti tanti altri.

mercoledì 28 novembre 2012

L'oro è considerato un bene rifugio ma ora conviene starne alla larga

L'oro, da sempre, è considerato un bene rifugio. L'investimento su questo metallo prezioso è indicato per proteggersi da un aumento generalizzato dell'inflazione  e, pertanto, da una perdita di valore e di potere d'acquisto della moneta. Si tratta di rischi non remoti visto che le banche centrali dei paesi più industrializzati sono impegnate da qualche anno in politiche monetarie ultra espansive (emissioni di moneta e bassi tassi di interesse). Tali operazioni mettono in discussione il valore della moneta e sono state messe in campo per fronteggiare la crisi. L'oro è il sostituto più autorevole della moneta. Si può investire in oro in tre modi: comprando oro fisico in lingotti, sottoscrivendo certificati di investimento, oppure certificati rappresentativi di oro fisico.

I produttori di oro producono lingotti che arrivano a pesare da pochi grammi a 1 kg. Un kg di oro in lingotti, per avere un'idea delle cifre da mettere a disposizione, ha un valore medio, in questo periodo, di circa 40.000 euro. Per ogni lingotto di un kg ci sono 999,9 grammi di oro e 0,1 grammi di un altro metallo. Una volta acquistato un lingotto d'oro ci sono due possibilità: decidere di conservarlo in ufficio o a casa, oppure, in alternativa, depositarlo presso il caveau di una banca. Il servizio di deposito offerto dalle banche comporta, chiaramente, dei costi di assicurazione e locazione della cassetta di sicurezza. In alternativa a questa forma fisica ci sono le monete.

L'investimento in oro attraverso strumenti finanziari, invece, si sostanza nell'acquisto di certificati rappresentativi dell'andamento delle quotazioni del metallo prezioso sui mercati regolamentati. Gli strumenti finanziari che replicano l'andamento dell'oro sono gli Etc e i certificati di investimento. I primi sono dei fondi e i secondi sono delle quote di debito delle banche che restituiscono la performance del metallo prezioso. La performance dello strumento finanziario ma anche dell'oro fisico deriverà non solo dal movimento del prezzo dell'oro ma anche dal movimento del cambio Euro/Dollaro. L'oro è, infatti, quotato in Dollari USA. Fanno eccezione i cosiddetti certificati "Quanto", che immunizzano l'andamento dell'oro dal rischio di cambio. La protezione, però, costa grosso modo l'1% all'anno, lo 0,083% al mese. L'oro fisico è l'unica forma di investimento che non sconta l'imposta di bollo, una sorta di patrimoniale. Le eventuali plusvalenze da negoziazione sono esenti da imposte. Le plusvalenze sull'oro rappresentato da strumenti di investimento come i certificati vengono invece colpite con il 20% di imposta. Eventuali minusvalenze sono compensabili nell'esercizio in cui sono conseguite e nei quattro successivi.

Investire in oro è molto rischioso poiché trattasi di una materia prima molto volatile. Solo considerando l'ultimo anno, questo metallo ha fatto registrare variazioni nell'ordine del 18%, sia verso il basso che verso l'alto. L'oro, inoltre, non garantisce il pagamento di flussi cedolari. Sugli strumenti finanziari rappresentativi dell'oro esiste poi un rischio aggiuntivo, quello di credito. Se la banca che ha emesso il certificato fallisce non ci sarà in tutto o in parte il rimborso del capitale.


martedì 27 novembre 2012

Il vero volto della patrimoniale italiana

Chi invoca ancora la patrimoniale in Italia è fuori strada. Un'imposta che colpisce in maniera significativa i patrimoni già c'è ed è il bollo titoli. A prescindere dall'IMU, che attacca le proprietà immobiliari, il bollo titoli colpisce la ricchezza finanziaria, come recita la stessa norma, in qualsiasi modo rappresentata. L'imposta ha un'aliquota dello 0,10% per il 2012 che sale allo 0,15% per il 2013 applicata al controvalore del rapporto. A valere fino al 31 dicembre di quest'anno ci sarà un minimo di 34,20 euro e un massimo di 1.200 euro. Dal prossimo anno non vi sarà alcun limite, via il tetto massimo. Il bollo diventa così una pura imposta proporzionale. Più che di bollo titoli più correttamente si dovrebbe parlare di bollo su prodotti e strumenti finanziari. Nella base imponibile rientrano, infatti, oltre ai titoli azionari e obbligazioni, i titoli di stato, le quote dei fondi comuni di investiento mobiliare e immobiliare, le polizze assicurative finanziarie, gli etf, le valute e tutte le manifestazioni della ricchezza finanziaria. Nel calcolo della base imponibile ci sono, poi, conti di deposito e certificati di deposito, strumenti emessi dalle banche molto popolari. Con riferimento a questi ultimi prodotti sono colpiti i depositi liberi e vincolati detenuti dai risparmiatori presso le poste e le banche. 

Il controvalore del deposito al saldo del periodo di riferimento per esplicita disposizione del Consiglio dei Ministri verrà calcolato sulla base del valore di mercato, le quotazioni di borsa, per intenderci, per azioni e titoli di stato. Solo in mancanza del valore di mercato gli intermediari finanziari potranno fare ricorso per il calcolo dell'imposta al valore nominale, quello stampato sui titoli o in alternativa al valore di rimborso. Rimangono escluse, per esplicita disposizione del legislatore, le quote dei fondi pensione e le polizze assicurative finalizzate alla copertura dell'assistenza sanitaria. L'imposta ha carattere annuale ma potrebbe essere rateizzata a seconda del numero di comunicazioni che invia l'intermediario. Il prelievo avrebbe infatti la veste giuridica dell'imposta di bollo sulle comunicazioni inviata dalla banca al cliente. Il nuovo bollo titoli è il risultato uscito dai testi da una sequenza di manovre finanziarie licenziate dal governo Berlusconi e a seguire da quello Monti. I provvedimenti sono diventati sempre più omnicomprensivi degli strumenti finanziari. L'imposta non si applica, invece, in alcun modo ai conti correnti. La liquidità detenuta sul conto non è colpita da questo tipo di imposta. I conti correnti sopra i 5.000 euro già scontano un bollo fisso di 34,20 euro, 100 se detenuti da persone giuridiche. Si tratta di differenze rilevanti. Il bollo titoli è infatti una vera e propria imposta patrimoniale che lievita con il crescere del deposito, quella sul conto corrente è un'imposta fissa.

I contribuenti, però, non devono affannarsi in particolari ricerche per assolvere l'imposta. Il tributo andrà assolto dagli intermediari finanziari. Le banche agiranno come sostituti d'imposta prelevando il dovuto dai conti dei clienti e girando il tutto su un conto dell'Agenzia delle Entrate. Se un cliente ha tutto investito in fondi al momento del pagamento dell'imposta e non ha la liquidità sul conto, la banca è autorizzata a effettuare disinvestimenti per recuperare una provvista. Lo stesso legislatore lo ha stabilito per i fondi di investimento, il principio, però, potrebbe valere qualora il cliente si dimostrasse insensibile alle richieste di provvista della liquidità della banca. Tale comportamento è sconsigliato da alcune fondazioni di studi bancari. Il suggerimento è quello di recuperare quanto dovuto alla banca per imposte al momento del disinvestimento.

Se il contribuente ha più conti presso lo stesso intermediario, nel caso di più rapporti di deposito di titoli intestati al medesimo soggetto, l'imposta di bollo deve essere corrisposta in relazione a ciascun rapporto. Nel caso di depositi cointestati a più soggetti, in relazione ai quali viene emessa un'unica comunicazione, l'imposta deve essere assolta una sola volta. Il caso tipico in questione è quello relativo al marito e alla moglie contitolari di un conto e quello del conto intestato a uno dei genitori con uno o più figli. Il bollo andrà applicato una sola volta. Una vera e propria novità destinata sicuramente a fare breccia fra le imprese è quella relativa agli investimenti esteri. Secondo alcune interpretazioni di fonte bancaria, se un'impresa detiene attività finanziarie su banche estere non paga l'imposta di bollo. Il comma 18 dell'articolo 9 del decreto legge 16/2012 stabilisce che l'imposta sulle attività finanziarie detenute all'estero colpisce solo le persone fisiche non quindi le persone giuridiche. Portare i soldi all'estero non serve quindi a schivare l'imposta.

Il conto deposito Findomestic promette zero vincoli e interessi crescenti

Sul mercato, oggigiorno, vi sono centinaia di conti deposito più o meno convenienti sotto il profilo dei tassi d'interesse riconosciuti ai risparmiatori. In questo contesto, va ad arricchire un'offerta già ampia, il nuovo nato di casa Findomestic, un conto deposito che, nelle intenzioni della famosa società finanziaria operante da decenni nel campo dei prestiti personali e dei mutui, dovrebbe garantire ai propri clienti un rendimento certo condito da una assoluta libertà di versamenti. Questo conto si presenta, in buona sostanza, come una sorta di salvadanaio che può essere alimentato secondo due modalità distinte. La prima prevede versamenti mensili ricorrenti con un importo prefissato (soluzione che ha una soglia minima d'ingresso pari a 1.000 euro e versamenti mensili di minimo 100 euro), mentre la seconda consente ai risparmiatori di accantonare una cifra diversa di volta in volta (in questo caso il versamento è libero ma la soglia d'ingresso è pari a 3.000 euro). Il tasso di interesse annuo riconosciuto è variabile in funzione a dei limiti inerenti le somme depositate e va dall'1,50% lordo (1,20% netto) per giacenze inferiori a 5.000 euro, fino ad arrivare al 2,50% lordo (2% netto) per giacenze superiori ai 20.000 euro. Poniamo il caso che un risparmiatore abbia aperto il conto deposito Findomestic effettuando un deposito di 5.000 euro preferendo la versione che prevede l'effettuazione di versamenti ricorrenti pari a 100 euro al mese. Nel corso del primo anno gli verranno riconosciuti gli interessi della seconda fascia (quella fino a 7.500 euro per intenderci) pari all'1,75% lordo (1,40% netto). Dopo 7 anni, senza mai aver prelevato nulla, ma avendo solo accantonato le somme, continuando a versare 100 euro al mese, gli interessi saliranno al 2,25% lordo (1,80% netto) e il capitale a disposizione sarà pari a 14.538, 54 euro. Questo vuol dire che in 7 anni, a fronte di un versamento iniziale di 5.000 euro, si saranno accumulati altri 8.400 euro di risparmi, per un totale di 13.400 euro su cui saranno maturati 1.138,54 euro di interessi, ovvero circa 162 euro l'anno che però, è bene ricordarlo, non sono netti, in quanto a partire dall’1 gennaio 2013, si pagherà un’imposta di bollo sui conti deposito, sui conti correnti e  sui buoni postali più salata. La tassa passerà, infatti, dallo 0,1% allo 0,15% della somma depositata. Una crescita della tassazione del 50%, partendo da un’imposizione minima annua di 34,20 euro e rimuovendo il tetto massimo di 1.200 euro oggi previsto. Alla luce di tutto ciò diciamo che questo prodotto è discreto. Senza infamia e senza lode svolge il suo ruolo di salvadanaio senza però garantire alcuna copertura, ad esempio, dal punto di vista inflazionistico. VOTO: 5,5

lunedì 26 novembre 2012

Comprare casa all' estero conviene moltissimo

Sono sempre più gli italiani che decidono di acquistare una casa all'estero per investimento. Nel corso dell'ultimo semestre, spinti anche dall'introduzione dell'IMU, il numero di investitori della Penisola che hanno deciso di puntare sul mattone al di fuori dei confini nazionali è cresciuto del 16,5%, portando a 15.500 il numero di appartamenti acquistati da italiani all'estero. Una bella cifra, che sembra destinata ad aumentare nei mesi a venire. Vuoi per l'acuirsi della crisi economica dello Stivale, vuoi anche per l'inasprirsi della pressione fiscale sul mattone nostrano. A tal punto che le previsioni degli esperti parlano di 40.000 case acquistate oltrefrontiera dal popolo dei nostri risparmiatori da qui a fine anno. Ma non sono solo i problemi di casa nostra ad attivare la corsa all'acquisto di immobili all'estero. Il crollo dei prezzi in alcune aree del Mediterraneo, quest'anno, o degli Stati Uniti nel biennio passato, hanno fatto da volano alle decisioni di investimento nel mattone targato Francia, Spagna, Grecia, Irlanda, Regno Unito, tanto per fare degli esempi. Ed è proprio a Londra che si è concentrato il boom di investimenti immobiliari da parte degli italiani negli ultimi sei mesi. Tanto che i nostri compatrioti hanno scalzato i russi dalla testa della classifica dei maggiori acquirenti stranieri di case all'ombra del Big Ben. Forte incremento delle compravendite anche a Marbella e Almeria, accanto alle sempre verdi Canarie o Fuerteventura. La crisi finanziaria in cui è caduta la Grecia ha riportato l'attenzione degli italiani anche sulle isole Cicladi (Mykonos e Santorini in primis), oltre a Ios, Thirassìa e Rodi dove gli ottimi collegamenti aerei low cost fanno da stimolo agli acquisti da parte delle famiglie.

Ma non esiste solo l'Europa. Il 9% degli italiani che hanno comprato casa all'estero hanno scelto come destinazione gli Stati Uniti grazie a prezzi ancora piuttosto contenuti, soprattutto in città come Miami e New York, e a un livello di cambio dell'euro sul dollaro ancora conveniente. "L'interesse per gli Stati Uniti è calato perché molte famiglie italiane hanno comprato negli ultimi anni e le quotazioni sono in fase di ripresa in molte città", hanno avvertito gli esperti di "Scenari Immobiliari" che hanno effettuato una ricognizione del mercato degli acquisti di case all'estero da parte degli investitori della Penisola. "Gli italiani, comunque sono al quarto posto tra gli acquirenti stranieri negli Stati Uniti, dopo inglesi, tedeschi e francesi. A fronte di una flessione complessiva, emerge un sensibile aumento degli acquisti a New York, dove tuttavia è in calo il valore medio dell'investimento". In diminuzione la domanda di appartamenti di lusso nell'Upper Side, nei pressi di Central Park, a favore dei piccoli edifici di Downtown e Midtown con un numero limitato di servizi e costi di gestione più contenuti. A Midtown i quartieri più richiesti sono West Village, Soho, Chelsea, Gramercy e Nolita, mentre è in forte aumento il numero di acquisti nel Financial District. 

Dopo New York, la località preferita dagli italiani è Miami, dove i prezzi sono dimezzati rispetto alle punte di mercato del passato, seguita da Los Angeles, San Francisco e Chicago. Si conferma l'interesse per le abitazioni di piccole dimensioni nelle città universitarie, soprattutto a Cambridge, New Haven e Boston. Si possono locare facilmente e si hanno rendimenti interessanti. Tra le mete più esotiche figurano anche il Brasile con il 6% delle preferenze, oltre alla Tailandia (3%) e a Dubai (2%). E cosa dire dei prezzi? Se è vero che la media dell'investimento immobiliare italiano all'estero si aggira tra i 200.000 e i 300.000 euro, è altrettanto vero che è ancora possibile fare ottimi affari, in Spagna come in Grecia, riuscendo a mettere le mani su appartamenti di medie dimensioni a un prezzo medio di 145.000 euro in Spagna e di 150.000 euro in Grecia. Anche nella vicina e rinomata Costa Azzurra gli italiani hanno acquistato casa sborsando mediamente non più di 190.000 euro, contro i 90.000 euro necessari per lo stesso investimento in Brasile o i 75.000 euro della Tailandia. Tra i Paesi dell'Europa dell'Est sono stati realizzati investimenti in Romania, Bulgaria e Repubblica Ceca, ma il flusso più consistente di acquisti si rivolge alla Croazia, dove i prezzi sono in aumento ormai da qualche anno e le prospettive di rivalutazione si mantengono elevate anche per il prossimo futuro. Le località più richieste sono quelle dalmate, soprattutto Hvar, Brac, Korcula, ma anche Split e Dubrovnik. In aumento l'interesse per l'Istria, con un livello infrastrutturale e quotazioni inferiori. In località quali Buzet, Rabac e Labin, con 80.000 euro si può ancora acquistare una casetta in buone condizioni sul mare.

L'investimento immobiliare fuori confine, oltre a consentire di sfuggire alle tasse sull'acquisto di una seconda casa in Italia, rappresenta anche un'ottima fonte di guadagno se messo a reddito. Le ultime rilevazioni mostrano, infatti, in livello degli yield (la percentuale di guadagno medio annuo su un immobile dato in affitto in rapporto al prezzo d'acquisto) di tutto rispetto. In Europa, per esempio, comprare una casa da dare in locazione a Chisnau, in Moldavia, consente di ottenere un ritorno annuo sul proprio investimento di oltre il 14%. Questo vuol dire che se si spendono 100.000 euro per l'acquisto di una casa, se ne ottengono ogni anno 14.000 dal contratto di locazione. In altre parole, l'immobile si ripaga da sé in poco più di 7 anni e da quel momento in avanti è tutto guadagno. Oltre, naturalmente, a un eventuale ritorno in conto capitale legato a un possibile aumento del valore dell'immobile. Al di là del caso estremo della Moldavia, esistono città ben più comuni capaci di offrire rendimenti comunque interessanti. É il caso della russa San Pietroburgo dove il valore medio del canone di locazione si attesta oggi all'8,15% del valore dell'immobile. Buoni guadagni attesi anche in Ungheria, a Budapest, con il 6,84%, o in Olanda, ad Amsterdam con il 6,63%. Tra le capitali del Vecchio Continente, comprare casa nel centro di Londra garantisce, in media, un livello di Yield del 4,12% mentre Parigi si attesta al 4,26% e Berlino al 4,80%. Si tratta, è bene ricordarlo, di valori medi al lordo delle imposte locali che, talvolta costituiscono un deterrente all'acquisto di un immobile o alla sua messa a reddito.

Negli Stati Uniti, per esempio, chi vuole comprare casa a New York deve mettere in conto il versamento di una tassa locale pari all'1,425% del valore dell'abitazione, a cui si deve aggiungere una tassa statale di 2 dollari per ogni 500 dollari del valore della transazione. Per acquisti superiori al milione e 100.000 dollari, inoltre, viene applicata in aggiunta la cosiddetta mansion tax di importo pari all'1% del valore dell'immobile. Senza dimenticare l'onorario del legale (il nostro notaio) che oscilla in media tra i 5.000 e i 7.000 dollari. Il caso degli Stati Uniti non rappresenta certamente un estremo negativo in uno scenario estremamente variegato sotto il profilo della tassazione delle operazioni di compravendita immobiliare come è quello europeo. In Russia, per esempio, tra tasse di registrazione, imposta di trasferimento, costi del legale e quota di intermediazione dell'agente, si può arrivare a pagare fino al 25% del prezzo dell'immobile. Le cose non variano molto in Bulgaria dove le spese legate all'acquisto di una casa arrivano a pesare fino al 24,88% dell'importo della transazione. Situazione più rosea, si fa per dire, nel Principato di Monaco, dove tra i costi di registrazione dell'atto e la quota da retrocedere all'agenzia immobiliare si arriva a spendere il 19,65% a fronte del 17,88% del Belgio, il 17% dell'Italia, il 16,30% della Francia e il 15,48% della Grecia. Meno oneroso acquistare una casa in Spagna (12%), in Germania (11,45%) e soprattutto nel Regno Unito dove bisogna mettere in conto appena il 5% del valore della transazione.

Per venire incontro a questa situazione onerosa per i cittadini europei disposti ad acquistare casa in un Paese del Vecchio Continente diverso da quello di residenza, lo scorso mese di giugno l'assemblea generale del Consiglio dei notariati d'Europa ha dato il via libera alla sperimentazione del progetto EUFides, una piattaforma messa a punto dal notariato europeo che faciliterà le transazioni immobiliari tra i 21 Paesi UE, dove è in vigore il sistema del notariato latino. Il sistema permetterà ai cittadini di contattare il proprio notaio di fiducia che seguirà direttamente per via telematica la compravendita in collaborazione con il notaio straniero dove è situato l'immobile da acquistare. La piattaforma consentirà, quindi, di poter svolgere a distanza tutte le pratiche tipiche per l'acquisto di un immobile: dal trasferimento dei dati all'esecuzione delle diverse procedure amministrative imposte dai singoli Stati, fino alla conclusiva firma dell'atto di vendita.

domenica 25 novembre 2012

Guida pratica sull' IMU: imposta municipale propria

L'IMU (Imposta municipale propria) è un contributo introdotto nell'ordinamento giuridico italiano dal comma 1 dell'articolo 8 del Decreto Legislativo numero 23 del 2011, che sostituisce l'imposta comunale sugli immobili (ICI) e, per la componente immobiliare, l'imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). L'imposta si applica al possesso di qualunque immobile, comprese l'abitazione principale e le loro eventuali pertinenze. In particolare, sono soggetti al versamento dell'IMU i proprietari di fabbricati (compresi quelli rurali a uso sia abitativo sia strumentale); le aree fabbricabili; e i terreni compresi quelli agricoli e incolti.

Sono tenuti al pagamento dell'IMU:

  • il proprietario di fabbricati, aree fabbricabili e terreni destinati a qualsiasi uso;
  • il titolare del diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi e superficie;
  • l'ex coniuge affidatario della casa coniugale;
  • il locatario per gli immobili, anche da costruire o in corso di costruzione, concessi in locazione finanziaria. 
Per calcolare l'IMU bisogna prima determinare la base imponibile che è costituita dal valore dell'immobile determinato nei modi previsti dalla legge e, poi, su tale valore si applica l'aliquota prevista per la particolare fattispecie. Per questi fabbricati la base imponibile si determina nel modo seguente: la rendita catastale viene prima rivalutata del 5% e poi moltiplicata per:

  • 160 nel caso di fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10;
  • 140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie C/3, C/4 e C/5;
  • 80 per i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/10 e D/5;
  • 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D, ad eccezione dei fabbricati classificati nella categoria catastale D/5; questo moltiplicatore sarà elevato a 65 a decorrere dal primo gennaio 2013;
  • 55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1. 
La nuova leggedi applicazione dell'IMU prevede tuttavia la possibilità di beneficiare di una riduzione del 50% della base imponibile per i fabbricati di interesse storico o artistico; per quelli dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati, limitatamente al periodo dell'anno durante il quale sussistono queste condizioni.

Per quanto riguarda il calcolo dell'IMU sull'abitazione principale, questa consiste in una sola unità immobiliare iscritta o iscrivibile in catasto nella quale il possessore e il suo nucleo familiare vivono abitualmente e risiedono anagraficamente. A questa possono essere annesse delle pertinenze accatastate esclusivamente nelle categorie:

  • C/2: magazzini e locali di deposito; cantine e soffitte, se non unite all'unità immobiliare abitativa;
  • C/6: stalle, scuderie, rimesse, autorimesse;
  • C/7: tettoie.
La norma prevede che il contribuente possa considerare come pertinenza dell'abitazione principale soltanto un'unità immobiliare per ciascuna categoria catastale, fino a un massimo di tre pertinenze appartenenti ciascuna a una categoria catastale diversa. In altre parole, se la soffitta e la cantina, entrambe classificabili in C/2, sono accatastate insieme all'abitazione principale, si potrà usufruire delle agevolazioni per l'abitazione principale solamente per un'altra pertinenza classificata in C/6 o C/7.

Ma passiamo a verificare il livello delle aliquote dovute per l'abitazione principale e le sue pertinenze. La legge ha stabilito in questo caso un'aliquota pari allo 0,4% che può essere aumentata o diminuita fino a 0,2 punti percentuali da parte dei Comuni. In altre parole, l'aliquota IMU sull'abitazione principale può variare da un minimo dello 0,2% a un massimo dello 0,6%.

Le aliquote per l'abitazione principale e per le relative pertinenze si applicano anche alla casa coniugale assegnata all'ex coniuge e, se il Comune lo ha previsto nel proprio regolamento, all'abitazione non locata posseduta da anziani o disabili che risiedono in istituti di ricovero o sanitario; e cittadini italiani residenti all'estero.

Non solo. Per l'abitazione principale e le relative pertinenze, la normativa prevede la possibilità di ottenere alcune detrazioni rispetto all'IMU. Viene infatti riconosciuta, oltre all'aliquota ridotta, anche una detrazione pari a 200 euro per il periodo durante il quale si protrae la destinazione; se l'unità immobiliare è adibita ad abitazione principale da più soggetti passivi, la detrazione spetta a ciascuno di essi in ugual misura. Ma facciamo un esempio. Se l'abitazione è posseduta da marito e moglie che vi risiedono e dimorano per l'intero anno, a ciascuno di essi spetta la detrazione di 100 euro (ovvero 200 euro diviso 2). Se, invece, l'abitazione è posseduta da 4 soggetti che vi risiedono e dimorano per l'intero anno, a ciascuno di essi spetta la detrazione di 50 euro (200 euro diviso 4).

La legge prevede altri casi di detrazione anche per le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale dei soci assegnatari; e per gli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP). Non solo. Sono previste maggiorazioni delle detrazioni minime in alcuni casi specifici:

  • La detrazione di 200 euro è maggiorata di 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, a condizione che lo stesso dimori abitualmente e risieda anagraficamente nell'unità immobiliare adibita ad abitazione principale.
  • La maggiorazione non può superare 400 euro e, pertanto, l'importo complessivo della detrazione (200 euro) e della maggiorazione non può risultare superiore a 600 euro.
Per il calcolo della maggiorazione, bisogna tenere presenti alcuni elementi:

  • Il diritto alla maggiorazione spetta fino al compimento del 26° anno di età, per cui si decade dal beneficio a partire dal giorno successivo a quello in cui si è verificato l'evento.
  • Per poter computare l'intero mese nel calcolo della maggiorazione, bisogna che il compimento del 26° anno di età si verifichi dal 15° giorno del mese in poi o che la nascita si sia verificata da almeno 15 giorni.
Esempio di calcolo dell'IMU per l'abitazione principale, proprietario unico con due figli di età inferiore a 26 anni: 

  • Rendita catastale dell'abitazione 750 euro; Rendita catastale x 168*= 126000 euro (base imponibile). Aliquota di base relativa all'abitazione principale e alle sue pertinenze = 0,4% da cui: 126000 euro x 0,4% = 504 euro (IMU annua lorda). Detrazione per abitazione principale = 200 euro. Maggiorazione per figli = 50 euro x 2 figli = 100 euro.
  • Rendita catastale della pertinenza (C/2 oppure C/6 oppure C/7) = 60 euro. Rendita catastale x 168* = 10080 euro (base imponibile). 10080 x 0,4% = 40,32 euro (IMU annua lorda).
  • *Per semplicità di calcolo la rendita catastale si moltiplica per 168 (1,05 x 160) che comprende la rivalutazione della rendita del 5%.
Per quanto riguarda, invece, il calcolo dell'IMU sull'abitazione secondaria è sufficiente rivalutare la rendita catastale del 5% e moltiplicare il risultato per 160. Al valore così ottenuto bisogna poi applicare l'aliquota stabilita per le seconde case 0,76% a cui non è possibile applicare alcuna detrazione. I comuni possono modificarla fino a 0,3 punti percentuali.

martedì 20 novembre 2012

Ammortamento alla francese illegale secondo il Tribunale di Larino

Il Tribunale di Larino, in provincia di Campobasso, seguendo la scia di quanto già precedentemente sostenuto dal foro di Bari, ha emanato una sentenza contro la liceità dell'ammortamento alla francese, dando ragione ad un socio Adusbef che si era visto costretto a pagare interessi composti per l’estinzione del prestito immobiliare contratto. L’Adusbef ha stimato che un mutuo ventennale del valore di 100.000 euro con ammortamento alla francese genera, agli attuali tassi medi di mercato, un surplus di 75 euro al mese a vantaggio dell’istituto erogante, obbligando il cliente a pagare una rata di 791 euro invece di 716. Il contraddittorio è nato da un'approfondita analisi del metodo di calcolo dell'ammortamento alla francese che prevede rate di rimborso costanti, composte dalla somma della quota capitale (che cresce col passare del tempo) e dalla quota interessi (che invece diminuisce) e calcolate con la formula dell’interesse composto, ossia computando gli interessi sugli interessi (il cosiddetto anatocismo, vietato dalla legge italiana). A seguito di questa sentenza sarebbe forse opportuno che le banche rivedessero un po' il sistema di calcolo, magari spronate a farlo da un organismo prestigioso come l'Abi, ma al momento tutto tace e crediamo che nulla cambierà nell'immediato futuro in tal senso.

lunedì 19 novembre 2012

Il mutuo fondiario di importo superiore all'80% del valore del bene ipotecato è totalmente nullo

Il mutuo fondiario di importo superiore all'80% del valore del bene ipotecato è totalmente nullo e quindi l'iscrizione ipotecaria si deve considerare come inesistente; con la conseguenza che sarebbe da qualificare come chirografario il credito della banca finanziatrice nella procedura esecutiva cui è sottoposto il proprietario del bene "ipotecato". A stabilirlo è stato il Tribunale di Venezia nel decreto depositato il 26 luglio 2012 ed emesso a seguito dell'opposizione allo stato passivo proposta dalla banca erogatrice di un credito fondiario contro la mancata ammissione del suo credito allo stato passivo con il privilegio ipotecario. Ai sensi dell'articolo 38 del Testo unico bancario, per aversi credito fondiario occorre che il finanziamento sia contenuto entro un certo limite di importo, stabilito dalla Banca d'Italia. Con deliberazione del Cicr del 22 aprile 1995, è stato sancito che l'ammontare massimo dei finanziamenti di credito fondiario è pari all'80% del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sugli stessi; e che tale percentuale può essere elevata fino al 100% solo qualora vengano prestate garanzie integrative rappresentate, ad esempio, da fidejussioni bancarie e assicurative o da polizze di compagnie di assicurazione. Questa circostanza, di fatto, rappresenta una mini rivoluzione per ciò che attiene i mutui fondiari poiché il credito della banca, alla restituzione dell'importo finanziato da parte del suo cliente, poi fallito, non avrebbe il beneficio dell'iscrizione ipotecaria ma degraderebbe a mero credito chirografario.

venerdì 16 novembre 2012

La bufala dei prestiti a tasso zero attira sempre meno

I prestiti a tasso zero sono da sempre stati utilizzati, specialmente dalle catene della grande distribuzione, per invogliare i clienti ad acquistare beni di varia natura. Il tanto decantato tasso zero, però, in molti casi si è rivelato una bufala colossale, tanto da indurre molti consumatori a pentirsi degli acquisti effettuati o comunque a valutare attentamente cosa c'è scritto nel contratto all'atto della stipula del finanziamento. L'esempio classico della lavatrice, del frigorifero e di un computer acquistabili con un prestito a tasso zero in 24 mesi ci fa capire il meccanismo alla base dell'informazione poco chiara resa alla clientela, circostanza questa che porta i consumatori ad essere tratti in inganno. A fronte di un prestito di 2.000 euro con TAN pari a zero e TAEG dell'11,74% si pagano 98,21 euro al mese per 24 mesi. Alla fine si rimborseranno 2357,04 euro, ovvero 357,04 euro in più. Come si vede, quindi, il tasso zero è un'invenzione di marketing per spingere i consumatori a comprare, ma in realtà non esiste. Quando si parla di prestito a tasso zero, lo zero assoluto si ha solamente se sia il TAN che il TAEG sono pari a zero, ma se, come accade praticamente sempre, solo il TAN è pari a zero ma il TAEG segna un valore, allora non si può parlare, come fanno tutti, di prestito a tasso zero poiché l'informazione è assolutamente ingannevole. Le banche e le società finanziarie mirano ad ottenere un profitto dai contratti che stipulano e, quindi, è assai poco probabile che concedano prestiti a costo zero. I prestiti a tasso zero sono si dei prestiti senza interessi sul capitale (ovvero a Tasso Annuo Nominale azzerato), ma per il contraente quello che realmente fissa il costo del prestito è il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) che tiene in considerazione anche tutte le spese di istruttoria, le commissioni, le imposte e le eventuali polizze obbligatorie (che corrispondono di fatto al guadagno della banca). A tal fine, prima di effettuare un acquisto è buona norma prendere visione delle condizioni contrattuali e tenere sotto osservazione il TAEG, l'unico vero parametro idoneo a quantificare il costo dell'intera operazione al di là di ciò che afferma la campagna pubblicitaria.

giovedì 15 novembre 2012

Mutui erogati con importi sempre più bassi da parte delle banche

Crisi nera, nerissima. É tutto fermo, stagnante e bloccato. L'economia italiana è sempre più in recessione e quei pochi temerari che decidono di contrarre un mutuo per l'acquisto della casa avanzano richieste per importi sempre più contenuti. L’importo medio delle erogazioni dei mutui, come si evince dall'ultimo Bollettino Crif, registra una riduzione del 6,4% nel secondo trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo del 2011. La contrazione, piuttosto importante, è da leggere, da un lato nel contesto del mercato immobiliare italiano che registra una forte stagnazione, dall’altro nella maggior attenzione del sistema bancario italiano alla luce delle difficile situazione economica in cui si trovano oggi i nuovi mutuatari. L’importo medio erogato sul trimestre di 119.379 euro rappresenta il valore più basso mai registrato dalla prima metà del 2009 ad oggi. Quindi, se da un lato la crisi economica ha distrutto le finanze delle famiglie e dall'altro le banche hanno adottato criteri assai stringenti per la concessione dei mutui, non c'è da stupirsi se il trend al ribasso è tanto consistente. Le banche seguono criteri oltremodo prudenti nell'erogazione dei mutui. Il loan to value (ltv), ovvero il rapporto tra il valore del  finanziamento e quello dell'immobile si attesta tra il 50% e l'80%. Tra il 2006 e il 2011 il valore medio di questo rapporto si è ridotto di quasi dieci punti percentuali, scendendo intorno al 60%.

mercoledì 14 novembre 2012

La bancassurance è un business in forte contrazione e marca un -29%

La crisi della bancassurance (bancassicurazione) appare quasi irreversibile e, dopo anni di buoni risultati, il comparto ha subito nel 2011 un brusco rallentamento. Il flusso dei riscatti che ha caratterizzato soprattutto il periodo estivo ha costretto molti operatori a intraprendere azioni di emergenza soprattutto sulla rete distributiva. Inoltre, quasi tutte le aziende assicurative hanno fatto registrare brusche frenate della produzione proprio dall'estate in avanti. Il fenomeno ha colpito soprattutto compagnie che lavorano con il canale bancario, che hanno risentito sia della crisi delle erogazioni di mutui e prestiti, sia delle difficoltà di fare raccolta da parte delle aziende di credito. La bancassurance ha avuto, infatti, una contrazione media intorno al 29%. A pesare sullo sviluppo del mercato vita è stato anche il progressivo deterioramento del tasso di risparmio delle famiglie.

Crollo delle erogazioni di mutui nel secondo trimestre 2012

Crollo delle erogazioni di mutui nel secondo trimestre 2012 diretta conseguenza del crollo della domanda registrata nel primo trimestre (-47%) e degli effetti della progressiva stretta creditizia avviata dagli istituti di credito nei mesi precedenti. Le erogazioni 2011 di nuovi flussi di mutui residenziali si contraggono del 13,4% rispetto al 2010, 49,2 miliardi di euro nel 2011 contro 56,8 miliardi di euro nel 2010. L’aspettativa è che le erogazioni  di nuovi flussi di mutui residenziali nel 2012 possano ridursi di circa il 50% rispetto al 2011 portando l’erogato complessivo 2012 in un intorno di 25 miliardi di euro. Le prime 15 città in termini di nuovi flussi di mutui erogati sul 2011 contano per il 52% del totale erogazioni di mercato. All’interno del totale erogazioni mutui residenziali 2011 pari a 49,2 miliardi di euro, Roma è la prima città per nuovi flussi con 6,0 miliardi di euro (12% del totale), Milano è la seconda con 5,4 miliardi di euro (11% del totale), Torino è la terza con 2,2 miliardi di euro (5% del totale) e Napoli è la quarta con 1,5 miliardi di euro (3% del totale). A livello regionale si va da un crollo del 70% delle pratiche erogate in Molise fino ad un -37% registrato in Trentino Alto Adige.

martedì 13 novembre 2012

Basta con l'oro, investiamo in diamanti!

É l'ora dei diamanti! A differenza dell'oro, bene rifugio per eccellenza, il diamante ha andamenti lineari: il settore è regolato dalla Diamond Trading Company (ex De Beers), che detiene oltre il 60% del mercato. Per calmierare la domanda la storica società emette scorte oppure riduce l'offerta. L'investimento in diamanti, però, "non è mai speculativo", spiega Claudio Giacobazzi, amministratore delegato della società di intermediazione Intermarket Diamond Business. "Nella composizione del portafoglio degli investimenti i beni rifugio devono riguardare una piccola porzione delle disponibilità, tra il 5% e il 10% del totale. Questo perché sono investimenti di medio-lungo periodo: l'orizzonte temporale consigliato è di 5 anni". Un investimento che Giacobazzi definisce "assolutamente sicuro" e che ha conosciuto un unico episodio negativo: il valore dei solitari calò con la bolla speculativa di fine anni Settanta. Chi è l'investitore tipo? Solitamente è una persona che ha già impegnato denaro in altri settori e vuole diversificare in beni rifugio. L'impegno minimo per accedere all'investimento in diamanti è di 5.000 euro. Il rendimento medio annuale è di circa il 4,5%. Non ci sono costi d'ingresso e mantenimento, esistono costi di uscita in funzione del tempo: maggiore è la durata, minore è il costo.

Un sistema gratuito e open source per calcolare l'affidabilità delle finanze pubbliche

"Il debito pubblico è troppo importante per essere gestito dalle agenzie di rating". A dirlo non sono gli attivisti di Occupy Wall Street, ma un gruppo di analisti finanziari con alle spalle carriere in Moody's, Standard & Poor's e Fitch. Sono i fondatori di Public Sector Credit Framework (Pscf), sistema gratuito e open source per calcolare l'affidabilità delle finanze pubbliche. L'approccio è quantitativo e permette di ottenere una proiezione delle probabilità di default degli stati. Il software, ormai giunto alla versione 1.03, si può scaricare dal sito e i codici sorgente si trovano sulla piattaforma GitHub. "Le agenzie tradizionali hanno tre limiti: conflitto di interessi, analisi insufficienti e mancanza di trasparenza. Il nostro sistema elimina alla radice questi problemi", afferma il fondatore, Marc Joffe, già senior director di Moody's Analitycs. Il sistema è stato applicato anche al debito Italiano e i risultati sono sostanzialmente diversi da quelli forniti dalle agenzie di rating: se per Moody's ci troviamo a un passo dai junk bond, per Pscf le probabilità di fallimento sono solo del 2,6%.

lunedì 12 novembre 2012

Conviene ancora riscattare la laurea?

Conviene ancora riscattare la laurea? Dipende da quando si è ottenuto il fatidico titolo di dottore. Esiste infatti una data spartiacque: il 1995. Quell'anno è cambiato il metodo di computo della pensione, passando dal sistema retributivo a quello contributivo. "In pratica per quelli rientrati nel precedente regime c'era una maggiore convenienza", spiega Carlo Mazzaferro, docente di Economia del risparmio e dei fondi pensione all'università di Bologna. Se ti sei laureato dopo il 1995, dunque, forse non ne vale la pena. Per il professor Mazzaferro "l'opportunità del riscatto va comunque valutata considerando altre opzioni tra cui quella di aderire a un fondo pensione. E ricordiamoci che il rendimento dei contributi Inps è legato al tasso di crescita dell'economia". Un tempo si sceglieva di riscattare gli anni dell'università per raggiungere prima i requisiti di pensionabilità. Però ora, "essendo state abolite di fatto le pensioni di anzianità (ovvero quelle ottenibili prima del raggiungimento dell'età pensionabile in presenza di determinati requisiti), questo vantaggio cessa", spiega il professore. C'è un altro elemento da considerare: il tempo che è passato dalla discussione della tesi. I contributi sono calcolati in base al reddito che si percepisce, al 33% per il lavoro dipendente e al 24% per quello autonomo. Quindi se decidi che vuoi riscattare la laurea, muoviti in fretta, quando il tuo stipendio è ancora basso.

Secondo la tesi post-economica di Niko Paech il collasso è vicino

Più che un economista, lo si dovrebbe definire un post-economista. Niko Paech, docente di Produzione e Ambiente all'università di Oldenburg, ritiene che il modello di crescita globale dei consumi non sia più sostenibile. Almeno, non senza esigere un prezzo eccessivo sull'ambiente e sulle risorse naturali. La soluzione proposta da Paech è radicale: ripensare interamente il nostro modello di sviluppo economico. Potremo farlo volontariamente, riducendo la produzione di beni e imparando a vivere con l'essenziale; o esservi costretti, quando il prezzo del petrolio raggiungerà la soglia critica dei 200 dollari al barile trascinando al fallimento interi settori industriali. Secondo Niko Paech la crisi economica in corso è il primo sintomo di questo futuro collasso: "Il disastro finanziario che stiamo attraversando non sembra avere soluzioni possibili visto lo stile di vita europeo, in cui il benessere economico dipende dalla crescita dei consumi. La gente, nelle società consumistiche moderne, vive al di là dei propri mezzi. Quanta ricchezza avrebbero creato gli stati moderni se non si fossero indebitati? Per non parlare della crescente scarsità di risorse naturali che sono state consumate senza sosta", spiega l'economista. Ma lo sviluppo di energie verdi potrebbe aiutare a uscire dall'impasse? Paech non ne è certo: "Non per quanto si possa prevedere oggi. In un'economia in espansione, l'incremento della domanda può spazzare via qualsiasi beneficio derivante dalla dematerializzazione o dalla "ecologizzazione" della produsione di beni e servizi. Ciò diventa particolarmente drammatico quando le innovazioni nell'ambito della sostenibilità scatenano ulteriori flussi di consumi di materiali ed energia. In tal caso sono necessarie ondate di modernizzazione successive per contrastarne le ripercussioni ambientali previste".

domenica 11 novembre 2012

Holvi il servizio di gestione online del denaro pensato per gruppi che devono gestire piccoli budget

La finlandese Holvi presenta un nuovo modo di gestire il denaro in condivisione. "Holvi va oltre il concetto di banca online, se vuoi raccogliere fondi per un evento che hai organizzato o se desideri gestire le finanze della tua cover band, un conto corrente non ti conviene. E magari la banca neanche te lo apre". Così Krista Kauppinen spiega perché ha creato Holvi.com, un servizio di gestione online del denaro pensato per gruppi informali o temporanei che si trovano a gestire piccoli budget. La startup finlandese, il cui motto è Replace Your Bank, permette di accedere ai servizi in un paio di click. "La possibilità di condividere un account e di renderlo visibile a tutti i membri del gruppo o a tutti i sottoscrittori lo rende particolarmente indicato per campagne e raccolte, ma non è l'unico utilizzo possibile", spiega la Kauppinen. Quello di Holvi, che in Finlandia si appoggia alla Nordea Bank per gestire i depositi, è un mercato di nicchia che potrebbe espandersi in tutto il continente. Nel 2013 Holvi aprirà in Gran Bretagna e, progressivamente, anche nel resto d'Europa, non appena verranno risolti tutti nodi legislativi delle diverse legislazioni nazionali. Aprire un account è totalmente gratuito e non ci sono costi fissi di gestione. Holvi guadagna 0,90 centesimi di euro per ogni transazione in entrata e in uscita e per i pagamenti effettuati con le carte di credito si paga una commissione pari al 3% della spesa sostenuta. Holvi, per sua natura, non è una banca online e non permette di depositare o prelevare denaro contante. Mette, però, a disposizione degli utenti, numerosi strumenti condivisi per la contabilità che una normale banca non offre. Le informazioni possono essere usate per report di rendicontazione senza dover passare da Excel o da altri software gestionali. Holvi è un servizio di gestione del denaro che molti finlandesi preferiscono al più noto PayPal poiché, se è vero com'è vero che facilita i pagamenti tra privati, d'altro canto non è utilizzabile con altri soggetti (come le banche), né permette di accumulare denaro sul proprio conto. Da Holvi invece si possono pagare fatture e gestire transazioni in modo condiviso tra i vari titolari del conto.

sabato 10 novembre 2012

Domande di mutuo in calo del 44% e mercato immobiliare in profonda crisi

Si conferma per il quarto trimestre consecutivo una contrazione superiore al 40% del numero di domande di mutui da parte delle famiglie. La domanda di mutui ipotecari da parte delle famiglie italiane si è ristretta del 19% complessivo nel 2011 rispetto al 2010. Nei primi 9 mesi del 2012 il numero di domande di mutui ipotecari da parte delle famiglie italiane mostra una contrazione complessiva pari al -44% rispetto al pari periodo 2011. Le regioni italiane in cui è stata registrata la contrazione più consistente sono la Campania, la Calabria e la Puglia, tutte con un -48%. Meno corposo è, invece, il calo delle domande di mutui in Valle D'Aosta (-33%). Anche l’incidenza delle domande di mutuo da parte di cittadini non italiani si riduce in modo significativo passando dall’8,8% dei primi nove mesi del 2011 al 7,7% dei primi 9 mesi del 2012. A partire dal quarto trimestre del 2010, l’importo medio delle domande di mutuo è costantemente sceso. Nel terzo trimestre del 2012 l’importo medio delle domande di mutuo è calato ulteriormente, attestandosi a 131.032 euro, che, a ben vedere, è l'importo minimo degli ultimi 6 anni. Nel singolo mese di ottobre appena concluso la domanda di mutui da parte delle famiglie italiane si è invece assestata su un -40%. "La crisi economica ancora irrisolta, che ha determinato un tasso di disoccupazione stabilmente alto e una debole dinamica dei redditi, ha prodotto un riflesso immediato e diretto anche sulle aspettative delle famiglie, che hanno tirato il freno a mano e rinviato anche gli acquisti immobiliari a momenti più propizi -  ha detto Simone Capecchi, Direttore Sales & Marketing di CRIF - in questa fase di incertezza, l’atteggiamento prudente degli italiani non sembra essere stato stimolato neppure dallo stallo del mercato immobiliare e dalla conseguente diminuzione dei prezzi, che avrebbe potuto rendere appetibile l’acquisto di abitazioni anche come forma di investimento finanziario”.

venerdì 9 novembre 2012

Cosa è un fondo di investimento?

Un fondo comune è una forma per investire i propri risparmi ed è uno strumento d'investimento che raccoglie le risorse finanziarie di un insieme di persone. Attraverso l'adesione a un fondo l'investitore affida i propri risparmi a un professionista della finanza, generalmente un team di esperti organizzati in una società di gestione del risparmio, altrimenti detta SGR, che svolge professionalmente l'attività di intermediazione mobiliare. I risparmi versati dai singoli confluiscono nella cassa comune del fondo e costituiscono patrimonio separato da quello della società che lo gestisce. Quelli che genericamente si chiamano fondi comuni sono in realtà definiti dalla legge con il termine Oicr, acronimo di "Organismo di investimento collettivo del risparmio". Come si vede, la terminologia usata ne svela anche la funzione: raggruppare le somme di più risparmiatori e investirle collettivamente, cioè investirle unitariamente, come un unico patrimonio. I fondi si differenziano così dalle gestioni individuali (gpm, gestioni patrimoniali mobiliari e gpf, gestioni patrimoniali in fondi) nelle quali il patrimonio rimane autonomo e non confluisce in maniera indistinta, insieme ai risparmi di altri investitori. Si potrebbe allora pensare che questa funzione potrebbe anche essere autonomamente svolta da un gruppo di amici che decidono di mettere insieme i propri risparmi e investire. Il disegno messo a punto dal legislatore, però, è più complesso e prevede una serie di presidi che garantiscono pari diritti per tutti e tutelano il loro investimento. Pari diritti significa che tutti i sottoscrittori partecipano agli utili (e alle perdite) nella stessa misura o, meglio, in proporzione alla loro partecipazione al fondo, e cioè al numero delle quote possedute. I fondi, infatti, sono suddivisi in tante parti unitarie, dette quote, che vengono sottoscritte dai risparmiatori e garantiscono uguali diritti. La somma delle quote sottoscritte dal risparmiatore dà la misura della sua partecipazione al fondo. L'investimento è tutelato attraverso la previsione di una serie di controlli. É anche tutelato attraverso la qualificazione del fondo come patrimonio giuridicamente separato, sia dal patrimonio della società di gestione sia da quello dei singoli partecipanti. Questa caratteristica comporta una conseguenza molto importante: i creditori della società di gestione non possono aggredire il fondo per soddisfare i propri crediti (e quindi non possono pregiudicare i diritti dei partecipanti). L'acquisto di quote di un fondo comporta il pagamento di commissioni di diversa natura (ingresso, gestione, uscita). Occorre dire, però, che il sottoscrittore di una quota di un fondo comune di investimento accetta implicitamente il rischio e il rendimento associati al portafoglio scelto: se il valore del portafoglio aumenta, il sottoscrittore ne trae beneficio, se diminuisce ne deve sopportare la perdita.
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